PAOLO GRASSINO

Abuso _ T

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Premonizione di un abuso al Castello.

 

Paolo Grassino presenta al Castello di Rivara, uno dei più suggestivi e originali centri espositivi del nostro Paese in occasione del trentennale d’inizio delle sua attività, un’unica monumentale opera ambientale (cm 360 x 1500 x 400) che s’impone nella sua nuda e cruda realtà agli occhi dello spettatore appena questi avrà varcato la soglia dell’ingresso principale del Castello.

Abuso”, titolo dell’installazione realizzata nel 2011 ma mai presentata finora al pubblico dall’artista (che, per scelta, ha atteso in questi anni la sede e il momento più adatti per esporla) è esattamente ciò che viene preannunciato, per metà, nel titolo stesso: un abuso edilizio. Forma e titolo coincidono perfettamente nel configurare una situazione problematica e solo apparentemente impossibile, dove l’irreale, uno scempio edilizio collocato all’interno di un maniero finemente restaurato, s’incontra con il reale: la costruzione è realmente fatta di cemento e di altri materiali industriali.

Grassino riesce in questo modo a generare un cortocircuito percettivo, portando all’interno nel Castello qualcosa che normalmente viene visto solo all’esterno. Il contrasto avviene anche sul piano storico immettendo un materiale moderno come il calcestruzzo all’interno di un manufatto del Settecento. L’opera funziona come un dispositivo capace d’innescare nello spettatore delle divergenze cognitive tali da favorire l’insorgere di una riflessione coscienziosa su un tema di stringente attualità qual è quello dell’ambiente deturpato e vituperato dai cosiddetti eco-mostri, dagli scempi paesaggistici e dagli abusivismi edilizi che hanno mortificato il nostro paesaggio da Nord a Sud negli ultimi cinquant’anni.

Un dramma che si consuma ancora oggi nell’indifferenza quasi generale a eccezione di qualche ecologista e di qualche artista sensibile.

Qualche giorno prima che Paolo m’invitasse a scrivere questa piccola presentazione, passeggiavo in una strada sterrata, situata appena fuori da un grande complesso di residence esclusivi nei pressi di una nota località di mare in Calabria quando, nascosto e mimetizzato da una folta e spontanea vegetazione ho riconosciuto lo scheletro mal ridotto di un complesso residenziale lungo oltre ottanta metri, rimasto incompiuto e abbandonato a sé stesso da almeno vent’anni, stando all’altezza dei fusti delle piante che si erano rimpossessate del luogo natio. Appena resomi conto dello spettacolo degradante a cui stavo assistendo ho avvertito immediatamente un senso di disagio oltreché di fastidio. La sorpresa è stata tanta appena Paolo mi ha spiegato al telefono in cosa consistesse l’opera che voleva presentare in mostra al Castello di Rivara. Mi è parsa subito una coincidenza incredibile, quasi una premonizione.

Ma qual è il senso di quest’installazione, scarna ed essenziale come sono tutte le sue opere, se non l’evidenziare una colpa della nostra società di fronte alla quale Paolo c’invita ad aprire gli occhi, così come ho visto succedere in una sua opera, sempre di cemento, dalla quale spuntavano fuori due occhi increduli che fissavano lo spettatore alla ricerca di risposte su questo mondo e sulla nostra realtà esistenziale. Il nostro esserci ora, qui, davanti alla sua opera e grazie alla sua opera, meditare sul mondo. Oggi domenica 20 settembre alle ore 12.00 al Castello di Rivara.

 

Alberto Dambruoso

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