PAOLO GRASSINO

Guerra è sempre | Davide Paludetto Artecontemporanea

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Da Pino Corrias per Paolo Grassino
 
Tutte le macerie della guerra si assomigliano, anche se nessuna
guerra assomiglia all’altra. Ho visto i palazzi esplosi di Beirut
e le voragini di Sarajevo, le macerie di Dyarbakir e i tetti
sfondati di Kirkuk. Erano i resti di guerre etniche, religiose,
per il controllo dell’acqua, delle anime, del petrolio. In luoghi
di geografie differenti. In stagioni opposte, dentro città
assediate dal gelo, decomposte dal caldo. Ma i morti, la polvere,
i mattoni erano gli stessi. Come lo erano l’odio, il dolore. E poi
l’indifferenza, quando se ne andavano tutti e arrivava il vento.
L’arte interroga, proprio come fanno le macerie. Sono il visibile
dell’invisibile già accaduto, quello che resta, la coda del boato
che si è spento; del fuoco che ha bruciato per sette giorni e
sette notti; del lamento di uomini e donne che c’erano e ora non
ci sono più, smembrati dall’esplosione, soffocati nei cunicoli,
sepolti nelle foto che restano in mano alle madri.
Le macerie, come l’arte, sono un paesaggio e un destino. Sono la
somma di una perpetua sottrazione. Sono il consuntivo riassunto
nelle lapidi. L’occasione di un ricordo che nonostante il cemento
o il marmo o il rito, svanirà nel nulla, preparando i
sopravvissuti ad altre guerre, altre macerie.
Paolo Grassino ci chiede di fermarci, di immaginare quello che non
si vede. Di dirci quello che non si può dire. Di detestare, almeno
per un istante, tutte le bandiere, tutte le religioni, tutti gli
stupidi monumenti alla gloria delle nazioni, sapendo che anche
loro sono solo macerie ripulite dello stesso massacro.
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