PAOLO GRASSINO

Magazzinoscuro

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Per la sua mostra al MAC di Lissone, Paolo Grassino [Torino, 1967] ha deciso di inibire l’algido luminismo dei white cubes moderni, stemperando l’evidenza della forma architetturale per inoculare nelle proprie scultoree il germe del dubbio. Drenate dai loro colori, le opere sono state ridipinte di un nero fumo che – alla maniera della caligine – sembra depositarsi sugli oggetti. Dello stesso avviso è anche l’allestimento della mostra, concepito come lo stoccaggio di un magazzino; i pallet, usati per trasportare le opere, diventano parte integrante dell’esposizione, elemento strutturale (dell’installazione) e allo stesso tempo destrutturante (per ciò che concerne lo spazio). Giocando sui pieni e i vuoti della scultura, sulle euforie e le disforie dell’esistenza, le cataste dei bancali permettono a Grassino di creare un dedalo in cui le opere vengono segregate all’interno dell’ambiente. La mostra costringe quindi lo spettatore a un’immersione nei meandri oscuri della quotidianità, ove affiorano presenze perturbanti. È il caso del grande teschio di tubi corrugati, emblema per eccellenza della fugacità terrena; l’ipertrofica testa di morto, che con le sue dimensioni rafforza il proprio monito escatologico, è simile a un intreccio gordiano, un inestricabile groviglio che allude alla freudiana pulsione di morte, così pure alle sofferenze e alle debolezze umane. Disseminate nell’ambiente troviamo anche altre larve, tutte avviluppate su se stesse e indurite dalle fusioni in alluminio.

Paolo Grassino ridefinisce l’architettura senza tuttavia voler occultare lo spazio: tutto resta visibile (tra le intercapedini dei pallet). Le barriere-trincee costruite con i bancali in legno servono a schermare la visuale, enfatizzando così il senso di smarrimento e di disagio che si effonde dalle sculture.

Lungo il percorso è possibile incappare in animali menomati o figure umane a grandezza reale trafitte da oggetti che ne mettono in crisi l’identità. I materiali sintetici prelevati dalla realtà si inseriscono nell’anatomia umana, mostrandoci le ansie e le problematiche connesse alla società consumistica. Queste “presenze” sono come altrettanti pungoli/punti dolenti che sorgono dall’ombra, o forse dalle fobie, dai disagi e dai dilemmi che attanagliano la nostra vita. Nel labirintico ordito dei pallet, le figure si sentono alienate ed emarginate, finanche accerchiate e intrappolate, impossibilitate a comunicare o a interagire con il mondo.

Accedendo al piano interrato del museo, lo spettatore avrà la sensazione di sprofondare in un ipogeo, in quell’abisso che corre al nostro fianco, generando una vertigine che fa tremare ogni nostra certezza. Non dobbiamo infatti dimenticare che le ansie e le paure sono ciò che ci permette di sentirci (più) vivi (che mai), apprezzando fino in fondo l’esistenza. Proprio per questo motivo, all’uscita del museo, lo spettatore troverà un cuore espiantato dal corpo che lo conteneva, con i ventricoli e le arterie recise in modo chirurgico; sottoforma di involucro inerte e inane, il muscolo cardiaco ci rammenta la necessità di una vita che pulsa e freme di continuo. Ancora e ancora.

Alberto Zanchetta

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