PAOLO GRASSINO

Paolo Grassino, 2000... 2010

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Alessandro Demma

Paolo Grassino. Scenari onirici di realtà.

 

Dramma, sconcerto, irrealtà, disorientamento, violenza, suggestione, crudeltà, solitudine, e ancora inquietudine, turbamento, stupore, sono i “temi perenni” che avvolgono e attraversano le opere di Paolo Grassino, le strutture di un’architettura umana e oggettuale che l’artista costruisce con sapienza e coscienza sul suo tormentato palcoscenico dell’arte.

Sin dai suoi esordi, infatti, la ricerca di Paolo Grassino si è mossa su un territorio delicato e incerto, su una superficie magmatica di una società confusa, mutevole, “liquida” per usare un termine caro a Zygmunt Bauman. “Liquido” suggerisce il sociologo e filosofo polacco “è il tipo di vita che si tende a vivere nella società liquido-moderna. Una società può essere definita liquido-moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. […] La vita liquida, come la società liquido-moderna, non è in grado di conservare la propria forma[…] la vita liquida è, insomma, una vita precaria”[1]. Così, Grassino prova a fermare questo incessante scorrere, questa successione di “nuovi inizi” e “rapide fini”[2], per mostrarci una realtà altra, presente e permanente, una condizione eterotopica ed eterocronica che riflette sulla storia e sull’esistenza. Nelle opere dell’artista torinese, la materia, il linguaggio e il pensiero affondano le radici nel vivo dell’intimo e della profondità della vita. Una costante ricerca sul significato dell’esistenza in cui Grassino ha sapientemente distillato la natura e l’artificio, la cultura letteraria e quella metropolitana, mettendo in scena una pièce, lunga ormai vent’anni, che recita il dramma degli opposti: reale/immaginario, conscio/inconscio, luce/buio, rumore/silenzio, divenire/degenerazione, organico/inorganico.

La materia, allora, diventa forma, sostanza, elemento ora reale ora simbolico di un complesso “teatro dell’assurdo” in cui il ferro, la spugna, il nylon, l’alluminio, il polistirolo, la cera, la resina, il cemento, la luce e il suono, danno forma agli elementi di queste tranches de vie, di questi “documenti umani” dalle dimensioni drammatiche, oscure, impenetrabili; figure plastiche che giocano un finale di partita tra realtà e immaginazione, tra vita e dimensione onirico-fantastica.

Nonostante la fascinazione, l’impatto estetico-sensoriale dilatato, l’opera di Grassino non è mai impulsiva, non è frutto di una bizzarra ispirazione, ma il risultato di un’intensa riflessione; pur essendo sempre sorprendente e imprevista, non è mai la conseguenza di uno stile precostituito, ma di un confronto storico, di un repentino intervento della storia. Una storia passata e presente che i corpi di uomo e di animale, gli oggetti e le loro architetture, mettono in scena in questi itinerari narrativi dalla presenza drammatica e seducente. Quelli creati dall’artista torinese sono scenari insoliti e sorprendenti, corpi, oggetti e spazi, dove “s’incontrano e s’inquietano il quotidiano e l’irreale, il banale e il perturbante”[3].

I corpi che Grassino esplora sembrano ripercorrere la lezione di Artaud: il corpo delle sue sculture è un “corpo senza organi”. “Il corpo è corpo / è solo / e non ha bisogno di organi / il corpo non è mai un organismo / gli organismi sono i nemici del corpo”[4]. Privi di soggettività e d’organismo, i corpi di Grassino sono materia autogenerantesi che rappresenta una condizione oggettiva di significato. Così, nella loro condizione di “Semilibertà” e di metamorfosi, le sculture umane e animali, i “Travasi” così come il “Branco”, diventano il logos della condizione esistenziale dell’essere umano, le superfici narrative di una complessa riflessione sulle condizioni sociali, politiche e culturali, “gusci” di vita, di storie e di memorie.

Un mondo tragico quello che l’artista torinese costruisce attorno a noi, un universo di materia e forma che infrange gli stati d’animo dello spettatore, che disorienta la percezione della realtà per accompagnarci in ambienti fantastici e irreali ma al contempo possibili. Così Cardiaco, Madre, Deriva, diventano gli scenari affascinanti di questi viaggi onirici, di questa dimensione surreale che racconta la realtà delle cose, di un “realismo magico” che divora lo spazio e il tempo della scena per colpirci e indurci a riflettere sulla nostra esistenza. Una forte e complessa proiezione della condizione umana, una lotta per l’esistenza quella dei personaggi di Paolo Grassino, una riflessione sulle possibilità di sopravvivenza che l’artista mette in scena anche quando i corpi scolpiti si fanno persone reali, come “I miei vicini di casa”: una storia di realtà e di disagio, di emarginazione, d’immigrazione.

 

La presenza del passato, il fantasma della storia che si fa presente e ci invade, ci narra della vita e della morte, del pensiero e dell’essenza della realtà, di vicende lontane e avvenimenti attuali, di trame che scorrono e costruiscono il tempo, è al centro del progetto sull’architettura e lo spazio di Paolo Grassino. Con “Armilla” l’artista ha inaugurato questo percorso, questa attenta riflessione sulle “architetture narrative”. La città “sottile” che, ha scritto Calvino, “non ha muri, né soffitti, né pavimenti: non ha nulla che la faccia sembrare una città, eccetto le tubature dell'acqua”[5], la città delle ninfe che cantano, diventa metafora di una possibilità fantastica di abitare lo spazio, un racconto ,per immagine e suoni, della presenza umana, assente fisicamente ma evocata dai suoni dei rumori domestici che fuoriescono dai tubi.

Una riflessione sull’architettura che negli ultimi anni ha spinto l’artista torinese verso direzioni più aspre e dolorose, verso gli abusi architettonici della storia. Pilastri e muri di cemento testimoniano la nostra condizione di precarietà esistenziale, la corrosione e l’inconsistenza di un sistema vita degradato e degradante, una analisi sulle derive della società attuale. Gli “abusi architettonici” si presentano come una riflessione sull’arte intesa come costruzione di uno spazio dialettico, di un topos, la messa in scena di un corpo-a-corpo tra la materia e la scrittura, l’architettura e il simbolo. Sono questi i moventi che Paolo Grassino indaga per un’attenta analisi sul tempo, sulla storia e sull’esistenza. Così, il caduco e l’incerto, il frammento, il pesante e l’instabile, la catastrofe, l’indifferenza e l’esecuzione, rappresentano l’occasione di un ragionamento attorno alle “architetture narrative”, a questi “spazi abusivi”, a volte sfondati da parole e slogan ormai incerti, come Rivolta e Lavoro rende liberi, che segnano l’arrivo della fine in assenza di un inizio.

Architetture che raccontano il dolore, la tragedia, la morte, l’indifferenza, come nel caso di Lavoro rende liberi. Un muro che evoca quello di Gaza è attraversato dalla cinica scritta Lavoro rende liberi (Arbeit macht frei) collocata sul cancello d’ingresso di Auschwitz; un tragico ossimoro che i deportati erano costretti a leggere ogni giorno tornando nel campo dopo i lavori forzati. Grassino mette a confronto la storia passata con quella presente, quella dell’olocausto e con quella del “muro della vergogna”, per condurre lo spettatore a riflettere sulla realtà attuale incline alla superficialità, all’effimero e al fragile. Un’opera, questa, che rappresenta un momento di passaggio nel buio storico che stiamo attraversando, la messa in discussione dei concetti di tempo e di storia, e la necessaria volontà di ripartire da una tabula rasa, da un grado zero dell’esistenza.

Grassino trova nel tempo e nella storia una fervida sorgente di pensieri e di ispirazione per costruire, borgesianamente, un mondo di impressioni evanescenti, un mondo senza l’architettura ideale dello spazio, un labirinto irriducibile, un caos, un sogno, un Respiro.



[1] Z. Bauman, Vita liquida, trad. it., Editori Laterza, Roma-Bari 2008, pp. VII-VIII.

[2] Ibidem.

[3] A. Trimarco, Napoli ad Arte 1985/2000, Editoriale Modo, Milano 1999, p. 89.

[4] A. Artaud, in “84”, n. 5-6, 1948.

[5] I. Calvino, Le città invisibili, ….

 

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