PAOLO GRASSINO

Paolo Grassino e Sergio Ragalzi

divisore

SERGIO RAGALZI - PAOLO GRASSINO:DUE GENERAZIONI A CONFRONTO CON LA STESSA PAURA

Conversazione con gli artisti

La paura dell’altro | Sala Santa Rita (Roma) | 10 febbraio – 1 marzo 2012

 

Incontro Sergio Ragalzi e Paolo Grassino nella Sala Santa Rita, chiesa barocca sconsacrata che sorge ai piedi del Campidoglio. L’occasione è quella della mostra “La paura dell’altro”, un progetto della Galleria Delloro, che fa dialogare cinque tele di Sergio Ragalzi (dalla serie delle “Scimmie”) con una scultura-installazione di Paolo Grassino (Quando il lavoro entra dentro). Varcando l’atrio della chiesa ho una visione: sull’altare originale, una grande scimmia bianca emerge dal nero della tela, issata a mo’ di pala d’altare, mentre un uomo di cemento, in piedi al centro della navata, si rivolge a lei. Il corpo della statua di Grassino è trafitto da fili elettrici collegati a lampadine: le luci che emergono dal petto e dal viso sono accese quasi a voler illuminare l’icona di scimmia che si staglia davanti a lui, mentre i cavi elettrici si accumulano a decine alle sue spalle in un groviglio di fili intrecciati.

Seduti in penombra nell’atrio della Chiesa, Sergio Ragalzi e Paolo Grassino si confrontano sullo “spettacolo esistenziale” che hanno appena finito di allestire e commentano quella “strana alchimia” che si è creata dinanzi a loro.

SR: Allora questo titolo un po’ esistenzialista, mi chiedevo, perché? Secondo te, Paolo, c’è una matrice esistenziale? Cioè l’arte per te ha un rapporto con la realtà, con il sociale, con la politica?

PG: Beh è un lavoro sui nostri giorni. Oggi si lavora molto su questi temi, la politica stessa lavora molto sulla paura per cui sembra un titolo super attuale, no?Almeno per me quello è lo spunto!

SR:Riflettevo sui nostri due lavori che sono messi a confronto in questa mostra: siamo due generazioni diverse, io sono di una generazione più “vecchia” e tu sei di una più giovane, diciamo “intermedia”. Ebbene questo dialogo esistenziale che c’è qui dentro,in questo spazio così sacrale (perché comunque si tratta di una chiesa, quindi c’è una sacralità) è proprio un dialogo sulla rappresentazione dell’umano, perché tu lavori sull’uomo e in effetti anche io lavoro sull’umano. Ma secondo te, c’è ancora una ragione per fare un tipo di lavoro così o bisogna fare un lavoro più “estetico”? Mi sono posto questo problema dell’estetica dell’arte, l’arte che funziona anche solo per il piacere. Ci sono molti artisti che lavorano su questo oggi.

PG: Beh sarebbe un lavoro vuoto!!

- Se non ho capito male la domanda che vorrebbe fartiSergioè: ha senso ancora oggi fare un lavoro sull’uomo e sul suo rapporto con il sociale? Perché in entrambi c’è questa riflessione esistenziale che parte dall’individuo per arrivare alla società.

PG: Forse oggi ha ancora più senso di ieri!

SR: Su questo sono d’accordo con te. Proprio perché oggi c’è un’assenza etica, un’assenza non dico di moralismo, perché io sono per definizione un anti-moralista, ma di “moralismo etico”.

PG: Io trovo che sia anche un recupero sulla manualità: un lavoro che va comunque un po’ contro tutte queste cose solamente “virtuali” che ti dà il presente.

SR: Infatti, secondo me, questo tipo di lavoro va a negarne un altro che è quello pseudo-concettuale, che può essere anche, come giustamente diceva Paolo, privo di una manualità,nel senso del fare, dell’artista che fa l’opera, che la lavora, che si sporca entrandocidentro. L’arte video-concettuale-fotografica ha un rapportopiù distaccato, anche se a suo modo sempre esistenziale. Invece questo tipo di lavoro sulla materia, per quanto mi riguarda, ha una matrice più “vecchia”.

PG: Ecco lui dice “vecchia”, invece secondo me è più attuale questo tipo di lavoro piuttosto che il lavoro neoconcettuale che si vede in giro oggi, perchè il concettuale è più legato agli anni ’60- ’70, invece il nostro lavoro è talmente personale che come si fa a dire che non è attuale?!

- E’ come se fosse un nuovo ciclo: magari Sergio si rivede in questo tuo lavoroperché Sergio già lo faceva da anni. La cosa bella è questa combinazione di due generazioni che lavorano compatibilmente ma ciascunacol suo linguaggio.Ora vorrei farvi una domanda sullo spazio: qual è il vostro rapporto con uno spazio così fisicamente e concettualmente “forte” come quello di una chiesa?

PG: Io penso che una volta che i lavori di un artista entrano dentro uno spazio, in qualche modo è come “rifarli”: se un artista porta dentro uno spazio i suoi lavori -che sono i suoi strumenti- deve necessariamente metterli in relazione con il contesto, con la cornice che ha attorno. Per questo diventa come “ridipingere un quadro”.

- Certo, un ambiente che conserva ancora questo forte senso di spiritualità non può che incidere. Anche la presenza dell’altare originale contribuisce a creare questa atmosfera di spiritualità e il tutto va ad accentuare il rapporto diretto uomo-scimmia. È realmente un rapporto uno a uno.

PG: Quando Carlo Pratis e Rolando Anselmo dellaGalleria Delloro mi hanno proposto ilprogetto insieme a Sergio per la chiesa di S. Rita, la prima immagine che mi è venuta in mente tra le opere di Sergio per questa chiesa è proprio quella della scimmia: ho subito pensato al Cristo che si rivela per quello che è, anche lui una scimmia, anche lui come l’uomo. Oltretutto il lavoro che ho deciso di contrapporre alle scimmie di Ragalzi è nato per essere esposto in una cappella medievale dove c’era un bellissimo affresco di un Cristo. Quindi l’idea che c’era dietro era dell’uomo semplice che illumina il Cristo: è come se la luce del Cristo non arrivasse più a noi ma viceversa. Per questo mi piaceva l’idea di sostituire in qualche modo quel Cristo con una scimmia: diventa ancora più umano, perché spogli il Cristodella sacralità e lo fai divenire uomo, con la nostra stessa evoluzione.

- Ti rivedi in questa lettura del Cristo-scimmia, Sergio?

SR: Sì, come identità di sofferenza certamente sì. In effetti, la scimmia ha paura di vivere, è come se fosse un’icona della paura.Mavorrei tornare un po’ proprio sul senso della paura: è un tema che mi piace sviscerare ed entrarci dentro. Io credo che ci sia un linguaggio, anche nel lavoro di Paolo, antropologico: scavare all’interno della nostra natura umana riconduce ad una fase esistenziale. In questo senso la paura è un qualcosa che comprende il rapporto con il sociale perché poi la paura può essere diramata ed interpretata in diversi modi: la paura della morte, la paura della malattia, dell’esistenza, della solitudine, come avviene anche qui. Per esempio, qui c’è questo clima di grande assenza nel rapporto di tre immagini (le scimmie), che sono cariche dentro di un’esistenza reale, con la scultura di Paolo che ha dentro di sé degli “allarmi”, ovvero le luci che perforano il corpo - che è un corpo di cemento quindi fisso e statico. Le luci sono come degli allarmi. L’uomo di Paolo vive queste due situazioni: è un rapporto tra organico e inorganico. Invece le scimmie hanno una carica esistenziale nel rapporto con la visione dell’immagine della scimmia stessa: sono una rappresentazione dell’umano. L’immagine della scimmia, che è quasi un fantasma che appare come in una visione, è in fin dei conti il rapporto con il volto dell’uomo. Tutto comincia con la paura stampata nell’urlo di Munch fino ad arrivare al viso della scimmia, dove sono presenti tutte le nostre angosce. Quindi, secondo me, la luce che emana dalle lampadine nella scultura rappresenta “l’inorganico” che va a riflettersi su questa immagine della scimmia che invece è di natura impropriamente umana e allora lì si scontra e nasce questa specie di “alchimia”. In due situazioni completamente diverse e con due stili diversi riusciamo ad entrare dentro l’uomo….ma è così forte!

- E’ possibile leggere un discorso sul corpo in queste opere?Che senso date al concetto di “corpo” nella vostra arte? Ad esempio ho letto che a te Paolo non interessa questo discorso bensì il concetto di incontro…

PG:Sì, come anche in questo caso: è l’incontro del corpo con un sistema elettrico.

- Se invece provassimo ad interpretare in questo caso il corpo non come corporeità ma come “identità”, potrebbe essere la rappresentazione della paura di avere un’identità.

SR: Nel senso del corpo c’è una differenza tra me e lui: il mio percorso parte dalle ombre atomiche, nasce cioè dalla mia ossessione della guerra, che considero il massimo della distruzione dell’umanità, quando non c’è più rispetto per il corpo perché è solo carne da macello. Poi dalle ombre proseguo in questo rapporto con il concetto di malattia, per cui nascono le serie di “virus” che ho fatto nell’ ’86 (in quel periodo cominciava la grande tragedia umana dell’AIDS). Il virus quindi non era nient’altro che la modificazione del corpo, da corpo umano a malattia. Poi è venuta la serie degli insetti, per cui il virus diventa insetto e arriva, come nella “Metamorfosi” di Kafka, fino all’uomo che non si rivede più nel suo corpo ma si scopre dentro un altro corpo, che è il corpo malato dell’insetto. Quindi poi dall’insetto sono passato all’ossessione dei ‘tanti insetti’, cioè l’accumulazione, il caos: il non percepire più l’immagine perchè diventa una specie di “timbro” dell’immagine stessa e l’insetto si replica così milioni di volte, come avviene per noi nel nostro mondo, con miliardi di persone. Il riferimento, comunque, è sempre all’uomo. Quindi tutto questo percorso in sintesi è un po’ la degradazione del corpo su queste visioni che sono la guerra, la malattia, il caos e la morte…tutto nasce e finisce lì. Non ho scelto un tema felice, purtroppo, quindi sono prigioniero di me stesso: entro dentro me stesso e cerco di esorcizzare la paura.

- In effettii vostri lavori messi a confronto in questa chiesa sembrano essere un modo per esorcizzare il senso negativo, la paura della morte.

SR : Diciamo così: è un modo per ‘vomitare’ la negatività ed esorcizzare la paura!

divisore