PAOLO GRASSINO

Paolo Grassino

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Radicalizzazione della narrativa: oggettivazione delle improbabilità.

Appunti sull’arte di Paolo Grassino

Lorand Hegyi

Il momento dell’incontro con le figure plastiche estremamente suggestive, drammatiche, sconcertanti e persino inquietanti di Paolo Grassino comprende un forte effetto sorpresa, laddove l’intensità dello spettacolo e l’irrazionalità dell’apparizione attivano un gran numero di connotazioni. Le sue figure manifestano qualcosa di minaccioso, di inspiegabile, qualcosa che in realtà non dovrebbe esistere poiché non corrispondono alle nostre esperienze dirette sebbene la relativa apparizione-nonostante l’irrazionalità e soprattutto il radicale arbitrio-sia del tutto credibile e in qualche modo realistica.

L’artistica e teatrale apparizione plastica realizzata dall’artista, contraddistinta da una drammaticità elevata ad absurdum, evidentemente spettacolare, da un lato, e dal solitario, introverso processo meditativo della riflessione, caratterizzato da connotazioni dolorose e sconcertanti e da aspetti sinistri profondamente inquietanti e tetri, dall’altro, sembrano essere gli elementi decisivi dell’effetto estetico dell’opera di Paolo Grassino. Questa teatralità drammatica e al contempo spettacolare lascia uno spazio grande, quasi illimitato alla rappresentazione di eventi enigmatici, spesso selvaggi, quasi crudeli, inquietanti, in ogni caso più forti, duri, toccanti e irrazionali, difficilmente spiegabili, spesso irreali a cui l’osservatore deve andare incontro quasi impreparato.

Le creazioni di Paolo Grassino danno all’osservatore l’impressione di passeggiare in un bosco oscuro, incantato e spaventoso, dove singolari forme lo accompagnano e sinistre figure sbucano fuori dalla cupa boscaglia. Queste figure irritano per la loro sensuale radicalità, per la loro pittoresca irrazionalità, per la loro selvaggia, spaventosa spietatezza senza compromessi, sebbene non rappresentino mai una scena crudele né effettiva violenza manifesta, ma alludano piuttosto a distruzione e minaccia. Senza opporre resistenza, l’osservatore si arrende a questo spettacolo, senza volontà segue l’artista nel suo cammino attraverso l’oscurità, mentre la percezione estetica è caratterizzata da curiosità e terrore insieme, dalla voglia di scoprire e dalla sensazione di sinistro disagio. L’aspetto più notevole di tutto questo è che questa importuna violenza, questa inquietante intensità della radicale fantasia di distruzione non sorge mai da una raffigurazione veristica, naturalistica, di qualcosa che esiste, ma viene comunicata da un’allusione iperintensa e sconcertante della tetra narrativa delle improbabilità, e quindi da un’aura poetica estremamente efficace.

La disorientante e inquietante oscurità di Grassino, la sua irrazionalità misteriosa e sinistra sono d’impatto ancora maggiore poiché le figure di questo bizzarro, irreale, spesso selvaggio e-in senso arcaico-brutale, spietato,violento vengono rappresentate in maniera del tutto ovvia, in qualche modo oggettiva e concreta, priva di pathos e senza distanza o stilizzazione, per così dire immediata e indifferente. Questa radicale indifferenza, questa brutale, violenta oggettività, questa disinibizione priva di pathos della presentazione, l’arcaica, sconsiderata, violenta narrativa delle scene drastiche, piene di tensione sembrano quasi scandalose, spietate, ma soprattutto molto intense, toccanti, piacevoli e inevitabili. Paolo Grassino non permette che a qualcuno sfugga questo incontro impreparato, sorprendente, sconcertante e scandalizzante. Egli obbliga l’osservatore a considerare queste figure oscure nelle loro scene violente, sconcertanti e ricche di conflittualità. L’importuna radicalità della fantasia e la sensuale intensità dell’effetto insolitamente drammatico della resa plastica caratterizzano l’opera di Paolo Grassino, laddove i drastici, violenti interventi fisici, la distruzione del corpo che rievoca associazioni di violenza, distruzione, crudeltà o di sofferenza fisica, paure, sensazione di smarrimento, sono curiosamente relativizzati e in qualche modo sdrammatizzati da un’irreale malinconia poetica. Tutto appare come una scena da lontano, come un’allucinazione concreta, sensoriale, diretta oppure estranea. Paolo Grassino si spinge molto in là su questa strada sconosciuta, pericolosa, scura, impenetrabile, nell’inquietante oscurità delle nostre esperienze e dei nostri presagi interiori. Questa strada conduce nell’oscura profondità della nostra anima, nell’ambito di ciò che viene vissuto inconsciamente, sognato, sentito, ideato, del fantastico e dell’immaginario. Ricordi e idee, paure e affanni, angustie e fantasie trovano un loro proprio corpo, drasticamente realizzato, che si avvicina a noi, una loro figura sensoriale, laddove le figurazioni mai viste prima si mettono in primo piano come realtà ben note, familiari, comprensibili, come improbabilità fisicamente presenti, materialmente possibili.

L’opera di Paolo Grassino presenta una forte coerenza poetica, convincente, laddove l’insistenza della radicale spettacolarità viene sempre relativizzata da estraniamento e allontanamento. L’immobilità, l’accentuata condizione di attesa, ma soprattutto la singolare abnegazione delle figure, che sopportano il loro destino con apatia e calma stoica, che accettano la loro sorte senza resistenza, senza protesta e soprattutto il loro destino con apatia e calma stoica, che accettano la loro sorte senza resistenza, senza protesta e soprattutto senza espressione del dolore o della sofferenza, assomigliano, nel loro atteggiamento, agli arcaici eroi tragici, le cui faccende vengono rappresentate in maniera inevitabile, ma dignitosa e sublime. La soluzione formale, la cupa drammaticità e l’importuna suggestività della loro apparizione complessiva, caraterizzante degli aspetti sinistri della narrativa delle improbabilità, conferiscono a queste figure l’aura arcaica di antieroi. Sono eroi caduti, dannati, distrutti, tormentati, stregati, scacciati ed estranei. La loro estraneità sembra irreversibile e, cosa inquietante, autentica. Sono emarginati, come condannati, il loro cupo destino viene messo in mostra, la loro pena presentata come esempio. La loro condanna, il cui motivo a noi osservatori non è dato conoscere, è irrevocabile e definitiva. Questa spietata durezza oggettiva, arcaica, crea l’aura di smarrimento ed emarginazione. E proprio questa indifferenza oggettiva, arcaica, impersonale, priva di pathos conferisce all’opera di Paolo Grassino un che di archetipo, al contempo anacronistico e di grande attualità, coraggiosamente radicale e resistente. Questa inflessibile ostinazione rende la sua arte di un’attualità toccante, così burrascosa e al tempo stesso glaciale, così dura e obiettiva, così enigmatica, silenziosa e lugubre.

L’entusiasmante, incantata e poetica natura enigmatica riempie lo spazio immaginario e crea una situazione teatrale nella quale l’osservatore si sente al tempo stesso partecipe ed estraneo agli eventi. Grazie all’intensità emotiva di questa irrealtà dall’apparenza sensual-empirica, egli si crede sul palcoscenico, sulla scena, nel bel mezzo degli accadimenti. Al tempo stesso osserva la scena dalla posizione dello spettatore, dall’auditorio, da una distanza sicura, con un distacco generato dallo straniamento. Questo freddo e indifferente distacco silenzioso fa sembrare tutto come una scena lontana, come una visione da un altro mondo, e crea paradossalmente anche una distanza temporale tra il presente dell’osservatore e il passato degli eventi. Tutto ciò che c’è da vedere sembra già passato, anacronistico e svanito. Questa ambivalenza connota il processo dell’interiorizzazione estetica di determinati antagonismi provocatori e rafforza l’intensità emotiva dell’evento e il turbamento intelletuale della percezione.

Davanti i nostri occhi si apre un teatro sinistro, enigmatico e incontrollabile di improbabilità che tuttavia appare come realtà concreta, come esperienza empirico-sensoriale, come qualcosa di -cosa peraltro irritante- effettivo e concreto, come qualcosa di familiare e vicino. Sebbene gli elementi di questo pittoresco quadro d’insieme siano, nonostante la loro estraneità, noti e familiari, l’impressione complessiva è inquietante, sconcertante, irreale, disorientante. L’accresciuta drammaticità interiore, le ferite insanabili e le torture autoinflitte, le tensioni impossibili da armonizzare, le domande del tutto in sospeso, non risposte, la sconcertante inspiegabilità e l’inquietante natura enigmatica sono realtà elementari, cogenti, essenziali, emotive e intelleggibili che non possono essere trasmesse nelle immagini del probabile, ma appunto nelle formazioni dell’improbabile. Un po’ come ha affermato una volta Gilles Deleuze a proposito della pittura di Francis Bacon circa verità che possono essere descritte solo con l’aiuto di figure. Queste verità sono così scandalose, dolorose, inquietanti penose, così nascoste e messe a tacere, così diverse dalle verità convenzionali, da poter essere trasmesse solo nelle formazioni della fantasia radicale e delle analisi svversive di tutte le relazioni, ovvero solo nelle crudeli, inquietanti immagini delle improbabilità, dure fino alla indifferenza. La radicalità di Paolo Grassino consiste appunto in questa indifferenza oggettiva, impersonale, inquietante: non narra le sue storie, ma condivide con noi le inevitabili e irreversibili realtà delle improbabilità.

Questa verità si trovano in profondità nell’inconscio, in profondità nella psiche e memorizzano precedenti esperienze elementari, paura, timidezza, oppressione, frustazione, umiliazione, incontri curiosi, dolorosi, tristi e allucinazioni selvagge, impressionanti, sconcertanti che danno vita a improbabili immagini senza esigere una qualsiasi legittimità né qualche spiegazione nel contesto del possibile. La loro legittimità deriva dall’irriducibile complessità e dall’impenetrabile boscaglia delle esperienze umane e dalla relativa rielaborazione. Proprio questa radicale sconfinatezza delle immagini delle improbabilità crea la sorprendente coerenza di questa cupa e inquietante narrativa, legata senza dubbio anche alla lunga vita del culto surrealistico dell’inconscio e dell’improbabile, senza voler rendere assolute tali radici o considerare tale culto come metodo dell’evasione emancipatoria da convenzioni morali, culturali, politiche, religiose ed estetiche.

L’aspetto irritante di tutto questo è che questa realtà suggestiva, toccante e curiosa in una leggerezza insolitamente estetica appare al tempo stesso come concreta ed empirica e tuttavia come artificiale, teatrale, improbabile e surreale senza rendere assoluta né mitizzare questa surrealtà da sogno, questa artificiosità poetica, un po’ stilizzata e frivola, un po’ manieristica, com’era stato fatto ad esempio fatto dai surrealisti. Nonostante le drammaticità, nonostante l’irrealtà della fantasticheria talvolta macabra, talaltra sensuale ed erotica, talaltra ancora inquietante o persino selvaggia e brutale, ovunque regna una leggerezza poetica che fa percepire una certa indifferenza malinconica -o fatalistica- nei confronti del tema, inteso in senso classico, come se fosse del tutto indifferente ciò che si svolge negli eventi fantastici, irreali e incantati.

Proprio questa apparente indifferenza nei confronti delle reali prospettive possibili, delle più ampie dimensioni drammatiche, degli inevitabili, pesanti carichi emotivi e coinvolgimenti delle pittoresche immagini tematiche delle improbabilità fanno dell’oniricità stilizzata, manieristica, fine e poetica delle immagini-situazioni qui presentate un fenomeno contemporaneo per eccellenza, mentre il pathos avanguardistico della radicalità sovversiva e la vocazione missionaria dell’intellettuale non svolgono più alcun ruolo. La radicalità sovversiva delle conseguenze delle immagini delle improbabilità si distacca da tutte le precedenti finalità obbligatorie per morale, teleologicamente costruite e rigorosamente prescritte e dai metodi della funzionalità missionaria. La radicalità delle immagini delle improbabilità non ha bisogno di legittimazione esterna: la sua stessa realtà inevitabile è la sua legittimazione.

La cupa e inquietante narrativa delle improbabilità di Paolo grassino si riferisce all’uso di immagini che, nonostante le loro sorprendenti, sbalorditive e irritanti invenzioni visive e stravaganze tematiche, restano sempre nel contesto dei processi creativi legittimati dalla tradizione. Operano con l’artificialità sovversiva delle immagini delle improbabilità, con il radicale e pittoresco fittizio del simulacro, laddove proprio questa radicalità trasforma l’artificialità sovversiva in allusioni sovversive difficilmente tollerabili, inquietanti, preoccupanti e cupe, Paradossalmente, anche questa irreale, estranea e drammatica trasformazione, che si svolge in maniera del tutto palese con irritante teatralità davanti ai nostri occhi, distrugge e conserva al tempo stesso il teatro. Distrugge il teatro delle illusioni e crea il Grand Théatre delle improbabilità divenute reali, demoniache, incontrollabili e inquietanti che in un’arcaica e oggettiva calma indifferente perseverano, quasi in una condizione permanente, in un’immobilità e mancanza di volontà. Apatia e obiettività concreta, un’aura di emarginazione impersonale, effettiva, immutabile, un’estradizione irrazionale, inspiegabile, oscura, inquietante e soprattutto inevitabile degli antieroi sconfinatamente solitari, distrutti e abbandonati conferiscono all’arte quieta e priva di pathos di Paolo Grassino un’entità di interrogazione senza compromessi, ostinata, dura, caparbia e radicale di tutte le forme di strategie di occultamento e bugie, di tutte le crudeltà e di tutto ciò che  è insopportabile. La sua interrogazione è radicale e coraggiosa, le sue risposte sono improbabilità precise, azzeccate, dolorose e al tempo stesso oggettive, emozionanti, evidenti e inspiegabili così come inevitabili.

 

Radicalized Narratives: Objectifying Improbabilities.

Comments on the Art of Paolo Grassino

 

Lorand Hegyi

 

When encountering Paolo Grassino’s highly suggestive, dramatic, bewildering, and even frightening plastic figures, We are greatly surprised. The intensity of what we see and the irrationality of their appearance conjure up a host of connotations. His figures express something menacing, something inscrutable, something that ought not to exist since they fail to match our initial expectations-even though they are entirely credible and somewhat realistic, despite all their irrationality and radical arbitrariness.

 

 

The artificial, theatrical, and plastic appearance designed by the artist is marked by the grotesquely heightened, astonishingly spectacular drama of the solitary, introverted, and meditative process of contemplation on the one hand. And by deeply troubling, somber, and sinister facets on the other hand. It can be argued that these are the elements that define the aesthetic effects at work in Paolo Grassino’s oeuvre. His dramatic and spectacular theatricality gives rise to a huge, almost unlimited space for presenting enigmatic, frequently wild, somewhat cruel, daunting, strong, tough, poignant, irrational, nearly inexplicable, and often dream-like events that unfold in front of the viewer’s unprepared eye.

 

 

Paolo Grassino’s creations make you feel as if you were smack in the middle of an enchanted, bat horrifyingly dark forest in which uncanny figures suddenly appear out of an impenetrable thicket. They irritate us in their sensuous radicalism, their picturesque irrationality, their intractable, unyielding, and terrifying cruelty. However, his figures never enact a scene of real cruelty, they never perform actual and tangible violence. Rather, they merely suggest destruction and threat. As if pulled in by an oversized magnet, we immerse ourselves in this spectacle, slavishly following the artist along his wandering through darkness. In this process, our aesthetic perception is impacted by our curiosity, our dread, our exploratory drive, and our palpable unease. Remarkably, this evident violence, this frighteningly intense and radical fantasy of destruction never emerges in a naturalistic and faithful depiction of what exists, bat through utterly intense, confusing allusions to the obscure narrative of improbabilities, i.e. through a highly potent poetic aura.

 

 

Grassino’s puzzling, alarming obscurity and mysterious, eerie irrationality operate very strongly since the figures acting in his bizarre, dream-like, wild, archaically brutal, merciless, and violent theater are presented quite naturally, somewhat matter-of-factly, devoid of lofty emotions, aloofness, and stylization, but very immediately and indifferently.

This radical indifference, this harshly violent sobriety, this dispassionately unbridled representation, this archaic, reckless, forceful narrative of drastic scenes brimming with suspense – all of this seems almost scandalous, remorseless, very intense, compelling, appealing, and inevitable. Paolo Grassino makes sure that nobody is able to evade this unexpected, astonishing, baffling, and shocking encounter. He coerces the viewer to face these obscure figures in their conflict-riddled, violent, and perplexing scenes.

 

 

The oeuvre of Paolo Grassino is characterized by an undiluted radicalism of imagination, and by figures shaped by a process of sensuous intensity and exceptionally dramatic potency. Strangely, the artist’s rigorous, violent, and physical interventions, the destruction of bodies that evokes associations to violence, annihilation, cruelty, mental suffering, fears, and exposure are relativized and somewhat attenuated by poetic and melancholy reverie. Everything appears like a scene viewed from a distance, a tangible, sensuous, immediate, and yet alienated hallucination. Paolo Grassino ventures very far along this unknown, dangerous, treacherous, gloomy path, meandering through the oppressive darkness of our mental experiences and premonitions. This path leads straight to the abyss of our soul, to the land of unconscious experiences, dreams, feeling, and perceptions into the realm of make-believe. Memories and ideas, fears and trepidation, oppressions and fantasies are invested whit their own dramatically designed bodies that approach us, they are give a shape to be perceived by our senses. These figures, although never seen before, emerge quite powerfully as well-known, familiar, and concrete realities, as physically present and materially possible improbabilities.

 

A salient feature in Paolo Grassino’s oeuvre is its compelling poetic coherence; the immediacy of its spectacular radicalism, however, is mitigated by alienation and distance. The immobility, the emphasized state of waiting, and, above all, the strange devotion displayed by his figures that view their own destiny with apathy and stoicism, that accept their own fate without putting up any resistance, without voicing any protest, and without expressing any pain or suffering-all of this is reminiscent of tragic archaic Heroes whose fall, while being inevitable, is presented with dignity and sublimity. The formal solutions devised by the artist, the air of gloomy drama enveloping these figures, and the blatant suggestiveness of their appearance, combined with the uncanny narrative of improbabilities, confer on them the archaic aura of the anti-hero. They are fallen heroes, condemned, destroyed, tormented, bewitched, ostracized, and alien. Their strangeness seems irreversible and frighteningly  real. They have been expelled like justification we as viewers are never allowed to know is irrevocable and definitive. This merciless, objective, and archaic harshness creates an atmosphere of abandonment and exclusion. And it is this objective, archaic, impersonal, and factual indifference which lands an archetypical character to Paolo Grassino’s oeuvre, something both anachronistic and highly topical, something both courageously radical and resistant. This unfaltering defiance renders his art so compellingly real so impetuous as well as frigid, so tough and objective, so enigmatic, silent, and sinister.

 

 

This alluring, enticing, enchanted, and poetic conundrum fills the imaginary space and spawns a theatrical situation; viewers feel that they are both part of the action and mere observers of what is happening. On account of the emotional intensity of this sensual and empirical surrealism, viewers think that they are on a stage, ready to experience directly what is going on around them. At the same time, they observe the scene from the auditorium, like an audience positioned at a safe distance caused by alienation. This cool, quiet, and indifferent detachment makes everything appear like a remote vision coming from another world. Paradoxically, the distance is also temporal, creating a chasm between present-day viewing and past events. Whatever can be seen appears to be firmly lodged in the past, anachronistic, and simply no longer there. This ambivalence invests the process of aesthetic internalization with certain provocative antagonisms and reinforce the emotional intensity of experience as well as the intellectual bewilderment of perception.

 

 

What opens up in front of our eyes is a captivating, bewitching, mysterious, and uncontrollable theater of improbabilities. Alluringly, it appears to be tangible reality, it appears to involve and elicit sensual and empirical experience, it appears to exude irritating factuality and concreteness, and it appears to express familiarity and closeness. Even though we are well acquainted with the elements of this picturesque scenery, we are troubled, puzzled, and unnerved by its surrealism by its strangeness. A heightened sense of intrinsic drama, wounds that will never heal, self-tormenting, palpable tensions, utterly open and unanswered questions, as well as confounding inexplicability and eerie mysteriousness – these are the main facets of an elementary compelling, essential, emotional, and intelligible reality. The latter is not expressed in images of probability but in formations of improbability. This is an analogy to Gilles Deleuse, who, when expounding on the painting of Francis Bacon, talked about truths that can only be described by means of figures. These truths are so scandalous, painful, uncanny, embarrassing, concealed, and hushed up, they are so different from conventional truths that they can only be conveyed in formations of radical imagination, and through a subversive exploration of all relations, i.e. only in pitiless, indifferent, tough, unsettling images of improbabilities. Palo Grassino’s radicalism centers on this objective, impersonal, and sinister indifference He does not tell his own tales but shares with us the unavoidable and irreversible realities of improbabilities.

 

Such truths are hidden in the unconscious, deep in our psyche. They store early and fundamental experiences, primal fear, timidity, distress, frustration, humiliation, odd, painful, and sad encounters, as well as wild, powerful, and confusing hallucinations that conjure up unlikely image without asserting any claim to legitimacy or providing any explanation in the context of probability. Their legitimacy is derived from the impressive complexity and tangled web of human experiences and the equally intricate and sophisticated ways of coping with them. These radically boundless images of improbabilities engenders the surprising coherence of such somber and puzzling narratives. Doubtlessly, this coherence is connected to the longevity of the surrealistic cult of the unconscious and of improbability, without, however, absolutizing the roots of this cult or regarding it as a method of emancipatory  liberation from moral, cultural, political, religious, and aesthetic conventions.

 

Irritatingly,  this suggestive, touching, and strange reality imbued with unusual aesthetic lightness also appears as something tangible, concrete, and empiric while preserving its artificial, theatrical, unlikely, and surreal nature. This occurs without absolutizing or mythicizing the dream-like surrealism, or the poetic, somewhat stylized and playful, rather mannerist artificiality, as was done by the Surrealists. Despite the drama despite the surrealism despite the reverie-sometimes perceived as macabre sometimes as sensual and erotic, sometimes as frightening, or even as wild and brutal-there is an all-pervasive aura of poetic lightness. The latter exudes a certain melancholy or fatalistic indifference to the classically presented and interpreted topic, as if it didn’t matter at all whatever  unfolds in these dream-like, surreal, and enchanted events.

 

It is precisely this apparent indifference to real and potential perspectives, to wider and more dramatic dimensions, to the inescapably heavy emotional burdens and involvements of picturesque and thematic images of improbabilities that turns the stylized, mannerist finely woven, and poetic reverie of the pictorial situations on display here into an utterly contemporary phenomenon; the avant-garde ardor of subversive radicalism and the missionary zeal of intellectuals are no longer relevant. The subversive radicalism radiating from these images of improbabilities becomes detached from any morally imposed, teleologically constructed, or rigorously enforced objectives and from the methods of missionary functionality. The radicalism of the images of improbabilities requires no external legitimacy: its inescapable reality is perfectly capable of legitimizing.

 

Paolo Grassino’s gloomy and scary narratives of improbabilities involve the use of images which, for all their surprising mind-boggling, and irritating visual innovation and thematic extravagance, remain for ever embedded in design processes legitimized by tradition. They rely on the subversive artificiality exuded by images of improbabilities, and on the radical and picturesque fictitiousness of simulacrum. Interestingly, it is this radicalism which turns subversive artificiality into subversive, terrifying, sinister, and hard-to-bear insinuations. Paradoxically, the dream-like, alienated, and dramatic transformation, which proceeds in front of our eyes whit irritating theatricality and utter nonchalance, destroys and preserves the theater. It destroys the theater of illusions and gives rise to the grand theater of real, demonic, gloomy, and uncontrollable improbabilities. These are shrouded in archaic objective, and indifferent tranquility, in a state of immobility and lack of volition. Apathy and physical objectivity, an aura of impersonal, factual, and immutable exclusion, and the irrational, inexplicable, obscure, unnerving, and, above all, inescapable exposure of these utterly solitary, destroyed, and abandoned anti-heroes imbue Paolo Grassino’s matter-of-fact art whit an attitude that calls into question, in an uncompromising, defiant, tough, stubborn, and radical manner, all attempts at cover-up, all lies, all cruelty, and all that is unbearable. His questions are radical and courageous, his answers are precise, to the point, painful and yet factual, exciting, evident, and inexplicable – just like unavoidable improbabilities.   

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