PAOLO GRASSINO

Paolo Grassino_Luigi Mainolfi | Casa FIAT de Cultura

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Il corpo della materia. La materia del corpo.

Secondo la dottrina delle forme platoniche la materia è un “male necessario” alla rappresentazione dell’idea. I materiali per comporre l’opera d’arte, allora, dovrebbero essere durevoli e scevri di ricercatezza, come afferma Leon Battista Alberti, per non «deviare l’attenzione dell’opera, che è rappresentata unicamente nella forma creativa e nell’idea dell’artista»[1]. In realtà, lo “spazio dell’opera” di Paolo Grassino e Luigi Mainolfi, definisce un’iconologia dei materiali, un nuovo orientamento di studi e di ricerca per comprendere l’ampia gamma di possibilità, di utilizzo e di sperimentazioni della materia. La ricerca sulla materia come struttura semantica e di pensiero, diventa nelle opere dei due artisti un alfabeto vitale, in cui forma, pensiero, struttura, memoria, costituiscono le trame essenziale per comporre un vocabolario vario e al contempo essenziale.

Il corpo della materia. La materia del corpo è, dunque, lo spazio d’indagine di due artisti, di generazione differente, che sono riusciti sapientemente a costruire il proprio orizzonte nell’arte, le linee di pensiero e di analisi, i confini della materia e della memoria dell’opera d’arte. La memoria, il tempo, lo spazio, e ancora il sogno, la realtà, sono i temi, le trame che tessono le intenzioni e il lavoro di Paolo Grassino e Luigi Mainolfi, i luoghi fisici e mentali che entrambi gli artisti, con soluzioni differenti, analizzano per riflettere e attuare il loro viaggio tra i sentieri incerti e magmatici dell’arte attuale.

Sono proprio queste le qualità sintetizzate dei due artisti che si sono costantemente confrontati con i mutamenti del tempo presente, passato e futuro, che pur muovendosi nelle indefinite atmosfere di una società confusa, “liquida”, per usare un termine caro a Zygmunt Bauman, hanno ramificato il proprio progetto strutturando un viaggio tra il corpo e la materia stabile e resistente. Il corpo è stato proprio il punto di partenza di entrambi, dal 1976 di Luigi Mainolfi, quando in una poetica di sperimentazione dedicata alla conoscenza del e ad un “riflesso alle origini” realizza Alato, Cera e Brano, in cui il calco del suo corpo diventa forma e pensiero dell’artista; di Paolo Grassino che con la sua Pelle, tra il 1995 e 1996, e successivamente con i suoi corpi, da Zero a Semilibertà a Travasi, ha costruito il suo percorso sui gusci dell’esistenza umana attuale.

«Tutto accade come se, in questo insieme di immagini che chiamo universo, niente potesse prodursi di realmente nuovo se non tramite certe immagini particolari, il cui tipo mi è fornito dal mio corpo»[2]. Con queste parole Henri Bergson definisce, nella sua riflessione intitolata Materia e memoria, il corpo come strumento essenziale per la conoscenza delle immagini e della rappresentazione, come fonte indispensabili per costruire l’oggetto e farlo sopravvivere nel tempo. Così, il “corpo dell’arte” di Paolo Grassino e Luigi Mainolfi è, per dirla con Nancy, «kaosmos: la nascita continua, l’agitazione, l’inquietudine, la pena e la gioia, l’incoscienza viscerale, il desiderio, il tocco dell’aperto, il godimento che è al cuore della dialettica di una diastole senza sistole, di un’apertura senza chiusura»[3]. E qui si situa il vero senso ontologico dell’estetica di Grassino e Mainolfi, in questo corpo a corpo con la conoscenza, con la ricerca, con l’analisi, con la dischiusura del finito nell’infinito, con la volontà di indagare lo spazio della materia per costruire strutture di senso e di apparenza, superfici a volte reali a volte immaginifiche di una narrazione sempre attenta alle architetture del tempo.

Riprendendo le riflessioni di Bergson in Materia e Memoria, «la percezione implica una memoria in quanto essa è intimamente legata ad una durata» e proprio questa durata che segna la ricerca tra tempo, spazio, sogno e realtà di questi due artisti. «La durata – che come ha affermato George Didi-Huberman - si costruisce in ogni istante attraverso un particolare rapporto tra storia e memoria, presente e desiderio»[4]. La riflessione del filosofo e storico dell’arte francese sembra condensare in pieno il pensiero di Paolo Grassino e Luigi Mainolfi, che costruiscono la durata attraverso un viaggio onirico e reale, un attraversamento che si muove nei sentieri dei ricordi del passato, nelle oscure stanze della memoria, per ricreare delle opere intense, taglienti, ricche di tensioni fisiche.  E allora nella visione di Paolo Grassino e Luigi Mainolfi «la memoria non può restituirci il passato semplicemente così com’è stato, come un fatto inerte (questo sarebbe propriamente infernale). La memoria restituisce al passato la sua possibilità […] La memoria è per così dire l’organo di modalizzazione del reale, che può trasformare il reale in possibile e il possibile in reale»[5].

È soprattutto sulla materia, il suo “corpo” e il suo significato, sulla sua forza e la sua forma, sulla sua struttura di pensiero e sulla sua pelle, che si gioca la partita fondamentale dei due artisti; la materia indagata, plasmata, costruita e decostruita, interrogata nelle sue infinite possibilità, nelle sue qualità estetiche e concettuali diventa corpo incessante di una sperimentazione costante da parte dei due artisti.

Una “materia contemporanea” quella di Paolo Grassino in cui la spugna sintetica, la resina, l’alluminio, il tubo corrugato, i cavi elettrici, le lampadine, costruiscono le sue riflessioni giocate sui margini del limite, sui territori di confine che attraversano il tempo presente, sulle fragili presenze liminali, sulla soglia tra realtà e impossibilità, su enigmi, suggestivi e affascinanti che ci raccontano di Ciò che resta, di Grumi, di Eclissi, di trappole fisiche e concettuali Per sedurre gli insetti. Quelli creati dall’artista torinese sono scenari insoliti e sorprendenti, corpi, oggetti e spazi, dove s’incontrano e s’inquietano il quotidiano e l’irreale, il banale e il perturbante. Le sue opere, così, diventano un vero e proprio racconto: tessono la trama degli eventi, dell’intreccio apparentemente incomprensibile degli esseri e delle cose, proponendo un’immagine visibile di quel logos, di quella regione dei contrari e delle differenze, che ci presenta il mondo nella sua ultima verità. Un mondo tragico quello che l’artista torinese costruisce attorno a noi, un universo di materia e forma che infrange gli stati d’animo dello spettatore, che disorienta la percezione della realtà per accompagnarci in ambienti fantastici e irreali ma al contempo possibili.

Una materia più tradizionale, indagata però con sapiente sperimentazione, quella di Luigi Mainolfi in cui la terracotta, il bronzo, l’acciaio, il colore, diventano senso e anima dell’opera, in cui il rapporto tra forma e spirito della materia disegnano orizzonti di Dune, di Mare tabacco, di Terra dell'arlecchino nero, di Polveri, di Nacchere (della luna), di Terre nove. La stratificazione della memoria la forza di un’eredità culturale fatta di storia, archeologia, mitologia, cultura classica e favolistica, sono diventati i temi più significativi dell’artista, che ha saputo riplasmare il senso di queste strutture in qualcosa di assolutamente autentico, nuovo, altro, muovendosi in una condizione eterotopica ed eterocronica che riflette sulla storia e sull’esistenza. L’universo realizzato da Luigi Mainolfi è un luogo mai concluso di un processo alla memoria e alle immagini che la compongono, uno spazio teorico e fisico, in cui i ricordi e le percezioni possono assumere un nuovo significato, “nuova voce” e “nuova attualità”; un universo che è indagato sull’incessante relazione tra il reale e l’immaginario, per sviluppare situazioni che creano “effetti di visione” che affascinano, seducono, attraggono lo spettatore e lo ingabbiano nella forma e nel corpo dell’opera.

Alessandro Demma

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