PAOLO GRASSINO

Semilibertà | Galleria Giorgio Persano

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Paolo Grassino: la notte dal cuore nero.

Mai spettatori di una situazione in cui non ci si ritrova, mai sopraffatti da sperimentazioni fine a se stesse. Con Paolo Grassino siamo abbarbicati in una notte dal cuore nero, dai lampi taglienti, dove  la bellezza è tensione ricercata, la forza del lavoro processualità innata. 

Entriamo, dunque, in questa notte buia sapendo che qualcosa ci attende, un inquieto peregrinare ci cattura. Le ruvide sculture di Grassino sono lì, aspettano, hanno tempo. Venute da una profondità muta, scavano il pieno vuoto della sua  immagine, del suo  doppio che è anche il nostro. Vigili dietro le nostre spalle sono già davanti al nostro sguardo. Accerchiati, facciamo resistenza per non essere risucchiati nel fondo cavo che li sostiene, come nelle figure umane trafitte da tubi in alluminio che formano un gruppo di  opere sospese tra la stabilità dell’essere e il movimento del divenire. Le pareti invalicabili formate dalle barre sono conficcate nei corpi,  sostengono, ma anche sono trapassate  dai simulacri  in cemento dell’artista. E’ un passare attraverso che si risolve nel bloccare il movimento in elementi portanti. Ma non solo. C’è un diverso piano di lettura che ritroveremo in tutta le opere di quest’ultimo periodo, anche se meno evidente. Mi riferisco all’attenzione che Grassino ha posto verso gli elementi primari che compongono la forma: il punto, la linea, la superficie. Qui ciò che interessa è il punto, l’origine della dimensione e la linea come sua configurazione sequenziale irrigidita. Il punto è il  nulla, ciò da cui scaturisce la possibilità stessa dell’essere. Un foro, un buco, nero che ingloba attirando a sé la materia, ma che nello stesso tempo, nel espandersi all’infinito, ci restituisce la condizione trascendentale della luce. Ci accorgiamo che i corpi “bucati” dai tubi, visti di fronte, sono trapassati da fori di luminosi. Se ci guardiamo dentro un bagliore ci acceca. Ci porta dentro mentre ci porta fuori, verso l’origine delle cose.

Abbiamo sfondato la superficie, questa volta entriamo nel corpo e un pezzo di sistema venoso ci accoglie, sembra un grosso animale acquatico inerme che giace per terra, ma che potrebbe risvegliarsi e avvolgerci con i suoi tentacoli, risucchiare linfa vitale. E’ sangue raffermo, coagulato, grumoso, dall’apparente freddo del metallo che ci avvolgeva nel turbine della separazione dell’anima dal corpo, qui che siamo dentro al solo corpo ne scopriamo l’inviolabilità, il suo fascino perverso. Una volta entrati , superata la soglia,  sappiamo  che ogni dicotomia è tolta, l’interno si piega verso l’esterno,  la natura si trasforma in cultura, il dominio del corpo in ingegneria genetica e bio-computing. La superficie diviene articolazione del caos, la linea raggiunge la complessità dell’irrappresentabile,  il punto diviene lo zero del digitale inorganico.

A questo punto ci sentiamo in trappola. Grassino ci conduce nel regime di semilibertà, che taglia, dimezza, seziona i pensieri, i corpi, i sogni, i desideri. Una prigione, un neon blu ce lo segnala. Non possiamo oltrepassare il limite imposto dalle barre metalliche. I tubi tagliano lo spazio come un campo elettrico, tendono l’aria. Visibili, segnano il territorio invisibile dei poteri che dividono, anche se non sappiamo chi è dentro e chi è fuori; chi la vittima, chi il carnefice. Separano i corpi.  ma non gli sguardi. Ci si vede,  e le mani si possono tendere dall’ ”altra parte”, quasi a voler sottolineare il vincolo, il legame che ci unisce, ma anche il compromesso a cui dobbiamo sottostare per essere socialmente liberi.  Ma altre cose ci attendono.

Due mutanti, uno in piedi con le braccia conserte, l’altro seduto, o meglio, accasciato, sul vuoto scheletro di una sedia anelano inutilmente alla comunicazione con un centinaio di imbuti che occhieggiano luminosi come pori dilatati. Conficcati nell’asfalto nero della loro pelle, sono aperture per ascoltare, bocche metalliche per respirare, dove non sempre il passaggio è obbligato, poiché non c’è regola che vincoli lo scambio. La logica che li governa è una logica dell’eccesso, dell’ibridazione, dominata dal gioco parossistico del dispendio, mentre il nostro respiro accelera, la pulsazione aumenta e l’ascolto si dilata fino al silenzio.  

Dobbiamo tornare indietro, sospinti dal vento delle nostre paure, mentre Grassino ci accoglie con altre sperimentazioni. Questa volta sono delle carcasse quasi contundenti, delle architetture organiche di ciò che sta dentro i corpi: solo  che qui non c’è corpo, perché non c’è calco. Non c’è niente che possa più raccogliere il soffio inebriante della vita, la profondità  dell’universo. Il desiderio è sospeso, raggelato, ma solo per un istante. Occorre ora rischiare e giocare con il destino e la materia. La sfida consiste nell’eliminare la matrice e formare con l’alluminio un blocco unico, irripetibile. L’originale e la copia qui coincidono in un puro simulacro a cera persa, una cristallizzazione senza resto che trasforma la scultura in processo. Fusione lenta di un vuoto senza fondo, l’opera  si consuma al suo apparire con opaca lucentezza nella coltre di una notte che ci avvolge, per resistere. 

Never can it be said that we are alienated spectators, overwhelmed by contrivances that are an end unto themselves. With Paolo Grassino, we find ourselves clinging to poignant flashes of lightening in the darkened heart of the night, where beauty is tension in the balance, and the strength of the works lies in innate process. 

With this in mind, we step foot into the gallery, aware that something is there awaiting us, a restless wandering that draws us in. Grassino’s rough sculptures are there waiting, biding their time.

Surging up from the mute depths, they bore through the emptiness of their image, of a double which is also ours. Standing vigilant behind us, they already appear before our very eyes. Trapped in their circle, we struggle against the sensation of being sucked into the bottomless depths that prop them up, just as the figures pierced by aluminium tubes do, constituting the first group of works we encounter. Insurmountable walls are formed by the tubes thrust into the bodies, which hold them up, but in turn they are penetrated by the artist’s cement simulacra – a penetration whose movement is only finally blocked by functional elements. But it does not end there. There is a second interpretative key that can be found in all the works on display, an interpretative key that is less patent. Namely, the attention that Grassino has focused on the primary elements that make up the form of the works – points, lines, and surfaces. What is of interest here is the point, the origin from which dimension unfolds, and its sequential, stiffened development into the line. The point is the nothingness from which the possibility of being originates. A perforation, or black hole, which engulfs everything by drawing matter within its depths, but which at the same time, through its infinite expansion, restores to us the transcendental condition of light. It is then that we realise that the bodies “pierced” by the tubes, are actually penetrated by bright lights, when seen front on. Bright lights that when we look inside, blind us. They draw us in as they lead us out of this world, into the very origin of things.

We burst through the surface, and this time we enter into the bodies. We are met by a piece of their arterial system, by something which looks like a huge aquatic animal, lying defenceless on the ground, but which could awaken at any moment and envelop us with its tentacles, sucking away at our vital life blood. It is stale, congealed blood, full of lumps and clots. From the coldness of the metal that surrounds us, in the turmoil that is the separation of the body from the soul, here in our unique bodily vessels, we discover the inviolability of the body, and its warm and perverse charm. Once inside, once past the threshold, we realise that all dichotomies dissolve – the inside folds outwards, nature become culture, the body is controlled and manipulated through genetic engineering and biocomputing. The surface articulates chaos; the line attains the complexity of the unrepresentable; the point becomes the nought of the inorganic digital plane.

It is at this point that we begin to feel trapped. Grassino has led us into the heart  of a partial liberty, into the realm of lines. A realm which cuts through and dissects thought, bodies, dreams and desires. A prison, signalled by a blue neon light, where we cannot step past the barrier erected by metal bars. The tubes cut through space like an electrical field, stretching out air until it vibrates. Clear for all to see and glossy to the sight, they mark out the invisible territory of a power that divides, though we have no idea who is on the inside and who is on the out – who is the victim, and who is the executioner. They separate bodies but not our fields of sight. We can see each other, recognise each other, and reach out to the “other side”, across the emptiness that fullness leaves behind, almost as though to stress the bonds and connections that tie us together, but also the compromise that underpins our being socially free.

But now other things await us.

Two mutants, one standing with his arms crossed, the other seated, or rather collapsed in a heap, on the empty skeleton of a chair, breathlessly gasp out in vain, in an attempt to communicate with the dozens of brightly lit funnels that peep out at us. Shoved into the black asphalt that is their skin, they are apertures through which to listen, metal mouths through which to breathe, openings through which sound does not always necessarily pass, as there is no rule governing the exchange. The overriding rationale behind them is one of excess and hybridization, dominated by a hysterical game of wastefulness, while our breathing becomes faster, our heartbeats pick up pace, and sound dilates to the point of silence.  

There is nothing left to do but turn back, urged on by the grips of fear. Grassino is there to receive us with another three sculptures – three carcasses representing the organic architecture that props up our bodies from the inside. Only here there is no body, as there is no cast – the original mould or matrix never existed. The pure, lost-wax cast simulacrum is an idea crystallised in time, blocked at an unrepeatably unique instant, without inside or out, a profound surface made of points and lines that are partially free.

Alberto Farinella

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

 

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